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Beni culturali: verso nuovi strumenti per la gestione, la valorizzazione e la partnership pubblico-privato

di Carmen Voza, responsabile Area Beni Culturali Terotec

L’Italia è unitariamente riconosciuto come il Paese maggiormente dotato di ricchezze storico-artistiche-culturali, detenendo anche il maggior numero di siti al mondo (54) patrimonio dell’UNESCO.
L’Ufficio statistica del MiBACT (gennaio 2018) ha reso noti i risultati per i “Musei statali 2017”, con l’Italia che si rivela portatrice di un patrimonio di circa 4.600 beni tra musei, gallerie, collezioni, aree e parchi archeologici. Beni pubblici e privati diffusi capillarmente, con il record di 1,5 musei o istituti analoghi nel raggio di 100 kmq: uno ogni 13 mila abitanti.
Un patrimonio storico, artistico e culturale immenso che necessita di manutenzione e di cure costanti, gestione e valorizzazione, ma che le istituzioni pubbliche, da sole, sono in grado di garantire?
Negli ultimi anni, il quadro complesso di criticità ha fatto sì che prendesse il via un articolato programma istituzionale di riforme:

  • la ristrutturazione e riorganizzazione del MiBACT (DPCM 171/2014);
  • l’“Art bonus” con l’apertura al mecenatismo culturale (DL 83/2014);
  • la riorganizzazione dei musei a livello di gestione, direzione e amministrazione (DM 23/12/2014).

Tale riassetto ha portato ad un aumento del bilancio, passato dai 38 milioni del 2013 ai 50 milioni del 2017, con un incremento dei visitatori pari a circa 12 milioni rispetto al 2013 (+31%) e incassi aumentati di oltre 70 milioni di euro (+53%) nello stesso periodo.
A fronte di un aumento degli introiti di circa 20 milioni di euro (+11,7%), è cresciuto anche il numero di visitatori non paganti (+15%) grazie alle aperture delle prime domeniche del mese che, nel solo 2017, hanno portato più di 3,5 milioni di persone nei luoghi della cultura statali.
I cinque luoghi della cultura più visitati risultano: il Colosseo (oltre 7 milioni), Pompei (3,4), gli Uffizi (2,2), l’Accademia di Firenze (1,6) e Castel Sant’Angelo (1,1).
Il Lazio ha registrato il maggior numero di visitatori (circa 23 milioni), a seguire si trova la Campania (con circa 8.800.000) poi la Toscana (circa 7 milioni), mentre gli incrementi dei visitatori più significativi sono registrati in Liguria (+26%), Puglia (+19,5%) e Friuli Venezia Giulia (15,4%).
Hanno registrato il maggior numero di crescita del proprio pubblico quattro siti campani: la Reggia di Caserta (+23%), Ercolano (+17%), il Museo Archeologico di Napoli (+16%) e Paestum (+15%) (fonte dati MiBACT 2017).
Significativo anche il trend di crescita del turismo culturale, che vale circa il 13% del PIL nazionale (fonte dati ENIT).
Non sono tuttavia venute a mancare situazioni di allarme. Se grande clamore aveva suscitato a livello internazionale il crollo della Domus dei Gladiatori di Pompei (2010), recentemente è salito agli onori della cronaca il crollo del tetto della Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma. Né vanno certo dimenticate le emergenze dettate dalle devastazioni dei terremoti in Centro Italia ed i recenti crolli di parte delle mura medievali di San Gimignano.
Eventi che riaprono il dibattito sul monitoraggio dello stato di salute e di conservazione dei beni culturali e sulla loro manutenzione. Una manutenzione che, se programmata, potrebbe vedere l’introduzione e l’applicazione delle logiche, dei processi e dei servizi propri di tale attività, affiancati da servizi complementari per la relativa gestione e valorizzazione. In questa direzione occorrerebbe considerare opportunamente i due pilastri su cui basare una politica di successo per i beni culturali:

  • un’adeguata azione di tutela e conservazione;
  • un programma di concrete azioni di valorizzazione e servizi al pubblico.

L’articolato programma di riforme, introdotte nel 2014, può aprire e favorire anche un nuovo scenario per la gestione e la valorizzazione del patrimonio culturale attraverso processi di esternalizzazione e politiche di parternariato pubblico-privato.
Attraverso l’accordo-quadro sancito nel 2015 tra MiBACT e CONSIP, la società del Ministero dell’Economia ha pianificato ed avviato da fine 2017 un programma di convenzioni per l’affidamento di servizi di ospitalità e di assistenza ai visitatori per oltre 40 musei e poli museali nazionali e regionali, con l’intento di aprire così la strada ad un mercato dei servizi di Facility Management specificamente rivolti ai beni culturali. L’iniziativa si è posta come obiettivo quello di aumentare la fruizione dei beni culturali – in particolare quelli meno noti e non adeguatamente valorizzati – attraverso forme avanzate e innovative di gestione dei siti e di valorizzazione dei beni stessi. Lo strumento individuato è quello della gestione integrata tra i servizi agli immobili che costituiscono il patrimonio culturale ed i servizi aggiuntivi di assistenza culturale e di ospitalità per il pubblico, includendo anche un’importante opera di censimento e rilevazioni analitiche sui siti.
La gestione integrata potrebbe rappresentare il trait d’union, il “luogo” dove il pubblico e il privato possono dialogare in un ottica di partnership sui temi della tutela, della valorizzazione e della gestione dei beni culturali.
Solo il 29% dei musei statali e il 24% di quelli non statali (dei Comuni o di altri enti territoriali), hanno servizi aggiuntivi. Su 450 musei statali, infatti, solo in 190 vi sono servizi aggiuntivi aperti ai privati, con un incasso che ammonta a soli 380 milioni di euro.
Il Metropolitan Museum di New York incassa da bookshop, merchandising e ristoranti oltre 72 milioni, mentre il Louvre presenta incassi dai servizi aggiuntivi notevolmente superiori rispetto a quelli dei musei italiani.
Il Regno Unito, pragmaticamente, ha scelto sull’onda di una tradizione antica la gratuità dei grandi musei (si pagano soltanto le mostre temporanee) riorganizzando a fondo l’offerta: il turismo culturale è ritenuto un indotto economico che può venire fortemente incrementato dalla gratuità di musei belli, ordinati, attraenti, con servizi aggiuntivi funzionanti. Ed i risultati sembrano dar loro ragione.
È evidente, nel paragone con altri Paesi, il gap competitivo del ritorno economico del patrimonio storico-artistico-culturale italiano. La sostanziale differenza tra i musei italiani e quelli stranieri, nasce principalmente dalla diffusione capillare sul territorio, che ne costituisce il carattere speciale e, non essendo riproducibile, ne assicura l’assoluta unicità. Aspetto questo che, dal rappresentare un vincolo, potrebbe tuttavia rivelarsi un formidabile valore aggiunto, nell’ottica di una visione complessiva del sistema di infrastrutture e servizi legati all’accoglienza, potenzialmente in grado di innescare un processo virtuoso di reciproca valorizzazione di tutti gli asset.
È inevitabile in ogni caso operare paragoni che, se anche presi con le dovute proporzioni e considerazioni, segnalano la diversità di un settore e le sue potenzialità di espansione e di innovazione.
Non mancano comunque esempi di casi virtuosi, che emergono grazie all’uso di formule gestionali flessibili e autonome, in grado di fare dialogare la dimensione pubblica con quella privata.
È il caso del neonato Consorzio delle Residenze Reali di Torino e Piemonte, entro cui ricadono 29 diverse istituzioni culturali pubbliche e private. E ancora, formule cui guardare con interesse si riscontrano nel recente caso di Palazzo Merulana a Roma, nuovo spazio per la cultura nel cuore del quartiere Esquilino.
Il Palazzo, che appartiene al Comune, è stato recuperato grazie ad un project financing. Un progetto fortemente voluto ed inseguito, che ha richiesto tempo, energie e soprattutto sinergie tra diversi attori, pubblici e privati, e che ha anche l’intento di operare una ‘ricucitura urbana’ che coinvolga i cittadini del rione e della città.
Rispetto a tutto questo non si può non considerare l’impatto che le istituzioni culturali sono in grado di generare sui propri territori. Ne sono un chiaro esempio la Fondazione Musei Civici di Venezia e la Fondazione Museo Egizio di Torino. Quest’ultima ha da poco reso pubblici i dati del proprio studio di impatto economico: la spesa diretta annuale attivata dal museo è pari a 88,5 mln di euro, a cui si aggiungono impatti diretti (20 mln), indiretti (18) e indotti (61), per un totale di produzione di fatturato di 187 mln di euro sull’area metropolitana piemontese.
L’Italia, come si è detto è depositaria di uno straordinario patrimonio culturale: risorse riconosciute in tutto il mondo che richiedono capacità di conservazione, tutela e valorizzazione.
Dalle valutazioni convergenti dei migliori analisti e dalla communis opinio, risulta come la cultura, intesa da sempre principalmente come un “costo” per il Paese, venga ora sempre più vista come una risorsa e che la cosiddetta “economia della bellezza” possa essere una delle leve a cui affidare le speranze di ripresa del Paese. Emerge sempre più la convinzione che, sulla base dell’art.9 della Costituzione (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”) lo Stato debba mantenere ferme le priorità di tutela, controllo, salvaguardia del diritto alla fruzione, ed indirizzi risorse istituzionali e finanziarie, pubbliche e private, in un’ottica di PPP – Public and Private Partnership.
Gli strumenti legislativi possono consentire ai privati di prendere parte alle attività di valorizzazione: c’è bisogno di una programmazione strategica di lungo e breve termine, con traguardi ed obiettivi concreti e raggiungibili, alla cui attenzione la Pubblica Amministrazione non può più sottrarsi.

 

Foto di Mathilde Cureau