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La manutenzione della manutenzione del patrimonio pubblico*

di Silvano Curcio, direttore scientifico Patrimoni PA net

*Articolo già pubblicato il 5 settembre su MicroMega, disponibile a questo link

Ora che il lutto condiviso per le vittime della tragedia di Genova ha intrapreso il suo mesto processo di elaborazione, è giunto il tempo di tentare di individuare, una volta per tutte, le radici che sono alla base del “problema manutenzione” che investe ormai drammaticamente il nostro Paese. Diversamente da come è stato fatto finora, occorre tuttavia procedere con un approccio quanto più oggettivo e necessariamente distaccato dagli schieramenti divisivi che avvelenano il dibattito, così come dalle sterili e contraddittorie dissertazioni tecnicistiche che fanno perdere di vista l’essenza del problema.

Partendo dalla considerazione più elementare di tutte che oggi tuttavia sembra essere estranea al nostro retaggio culturale nazionale. Ogni entità presente sulla Terra ha un proprio particolare, diverso e inarrestabile ciclo di vita. Dagli esseri umani agli animali, dalle piante alle cose inanimate prodotte naturalmente o artificialmente. E tra queste ultime, lo hanno evidentemente anche le opere che l’uomo costruisce per svolgere la propria vita e le proprie attività. Dagli edifici pubblici e privati alle infrastrutture urbane e territoriali. Per le proprie opere l’uomo ha escogitato dagli albori della propria esistenza una sorta di antidoto per tentare di contrastare e attenuare i fenomeni di obsolescenza e degrado che naturalmente e/o patologicamente condizionano il corso del loro ciclo di vita. Questo antidoto è la manutenzione. Da manu-tenere, curare con le proprie mani e l’etimologia fa comprendere quanto essa sia connaturata alle attività basilari dell’uomo. A partire da epoche assai remote. Dalle rudimentali operazioni di cura e conservazione degli insediamenti primitivi, alla minuziosa attenzione prestata allo stato delle cinte murarie a difesa delle città babilonesi, fino all’organizzatissimo sistema di interventi e controlli preventivi a cui venivano sottoposti periodicamente gli acquedotti e gli assi viari romani.

Da tempo, tuttavia, nel nostro Paese si manifesta ormai una totale dissociazione socio-culturale dal concetto di ciclo di vita e, conseguentemente, dal concetto di manutenzione rispetto a tutte le opere costruite dall’uomo. Forse anche perchè assuefatti a convivere con opere e monumenti che hanno resistito diacronicamente a secoli e millenni di storia, siamo indotti a ritenere che le nostre abitazioni, le nostre scuole, i nostri ospedali, le nostre strade, i nostri ponti, possano godere di un soprannaturale privilegio di indeperibilità. Ma non è così e il caso di Genova ne è l’ultimo paradigma, di certo tra i più macroscopici e altamente drammatici. L’arretrata visione socio-culturale investe e condiziona negativamente anche l’ambito della formazione tecnica specialistica. Per coloro che si formano per sovraintendere alla realizzazione dell’ambiente costruito, i concetti di ciclo di vita e di manutenzione andrebbero inculcati fin dai primi anni di studio. Diversamente da quanto avviene nella quasi totalità delle nostre università, negli altri paesi europei, architetti e ingegneri giungono alla laurea con un imprinting “terotecnologico” impostato anche sulle logiche della durabilità delle costruzioni, della loro progettazione in ottica manutentiva e della loro cura gestionale post realizzativa. In questo consolidato contesto culturale e formativo a noi quasi del tutto estraneo, la manutenzione è ormai intesa non tanto e non solo come mero quanto peraltro necessario atto operativo, ma nell’accezione di avanzato servizio che deve espletarsi in attività integrate di programmazione, progettazione ed esecuzione degli interventi, così come di continuo e sistematico controllo e monitoraggio dei beni da manutenere. Questi concetti, adeguatamente metabolizzati, vengono di norma correntemente applicati nell’esercizio delle professioni tecniche sia in ambito pubblico che privato.

Su questo fertile scenario di arretratezza nazionale, si innesta quella che rappresenta la causa principale da cui trae origine e nutrimento il “problema manutenzione”: l’incultura, l’opportunismo e l’incapacità della nostra classe politica e amministrativa. La manutenzione, infatti, non paga politicamente. Rispetto ad un “ciclo di vita politica” che si consuma ormai in sempre meno anni, di norma per un amministratore pubblico operante a qualsiasi livello rende assai più finalizzare il proprio impegno all’avvio dell’iter realizzativo o all’inaugurazione di un’opera (anche se inutile o di necessità non prioritaria), piuttosto che alla manutenzione e alla gestione dei beni costruiti già esistenti. Da sempre, con immutata miopia, gli investimenti in conto capitale sono considerati più “produttivi” politicamente degli investimenti in parte corrente per le attività e i servizi di manutenzione. La diffusa e ormai consolidata e irrecuperabile condizione di obsolescenza, di degrado e, spesso, di pericolosità in cui versano perfino strade, scuole e ospedali – beni tra i più strategici e vitali per qualsiasi comunità sociale – ne è un’emblematica testimonianza e rappresenta l’inevitabile conseguenza di decenni di disinteresse/inerzia/incapacità da parte delle amministrazioni di diverso orientamento politico che si sono alternate nel governo delle nostre città. Per non parlare della condizione del territorio.

Ad aggravare la situazione, concorre un’ulteriore criticità che chiama nuovamente in causa la classe politica e amministrativa del nostro Paese. La considerazione che soltanto a metà degli anni ’90, con la legge Merloni, è stata resa obbligatoria la redazione del piano di manutenzione nei progetti di opere (peraltro limitatamente a quelle di natura “complessa”), basta da sola a render conto di un processo edilizio pubblico in cui le fasi di progettazione e costruzione di edifici ed infrastrutture di interesse nazionale e locale – ancorchè spesso svincolate tra loro – permangono ancora oggi del tutto disconnesse dalle successive fasi di manutenzione e gestione. L’ottica della classe politica e amministrativa italiana, quando è rivolta al processo di realizzazione delle opere pubbliche, traguarda al massimo speculativamente il momento topico della cerimonia del taglio del nastro tricolore a fine lavori.

Su queste ormai consolidate discrasie processuali si innesta e determina ulteriori patologie il problema del controllo. L’incapacità/non volontà tipicamente nostrana di esercitare adeguatamente il fondamentale compito istituzionale del controllo si estende su tutte le fasi programmatorie, progettuali, realizzative e gestionali delle opere pubbliche. Ma trova il punto di massima irresponsabilità in fase costruttiva nella non verifica o nella mera formalistica verifica della corretta esecuzione dei lavori (quasi sempre frutto di gare al massimo ribasso che ne minano a monte la qualità) nel pieno rispetto delle indicazioni tecniche progettuali. Sono sotto gli occhi di tutti le pesantissime conseguenze che si manifestano nella successiva fase di gestione delle opere stesse, quando anche un’adeguata manutenzione non può da sola porre rimedio alle disfunzioni e alle criticità progettuali e costruttive non controllate, non denunciate e non corrette nelle fasi precedenti. Ma a fianco delle criticità esogene prodotte dal non controllo, nella fase di gestione emergono anche criticità tipicamente endogene. Tra queste, in particolare quella che solo in questi drammatici giorni è affiorata e che riguarda proprio lo specifico comparto delle infrastrutture autostradali: un sistema di concessioni che non solo è attuato in un regime quasi di fatto bipolistico, ma che si perpetua colpevolmente da decenni senza l’esercizio da parte degli organismi pubblici competenti di una sistematica azione di controllo sull’effettivo rispetto degli obblighi dei concessionari in materia di manutenzione e sicurezza.

Queste ed altre le radici del “problema manutenzione” del nostro Paese di cui occorre necessariamente e chiaramente prendere coscienza. Una fondamentale quanto propedeutica base conoscitiva da condividere per avviare ed articolare costruttivamente e responsabilmente il dibattito su come affrontare, attenuare e, se possibile, risolvere questa criticità nazionale. Esigendo prima di tutto dalla nostra classe politica e amministrativa l’assolvimento di un quanto mai paradossale ma oggi strettamente indispensabile dovere/obbligo: la cura della manutenzione della manutenzione del patrimonio pubblico.

 

Foto di Anthony Ginsbrook