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Appalti, considerazioni a due anni dal Codice

di Caterina Acquarone, esperta di procurement pubblico per FPA – Cantiere Procurement pubblico

 

Il 2016 è stato l’anno del nuovo Codice degli Appalti, che prometteva un sistema snello ed efficace per la gestione delle gare pubbliche oberate da stratificazioni di leggi, regolamenti e interpretazioni varie, oltre che dalla tendenza più che diffusa da parte delle PA di chiedere in continuazione documentazione già prodotta dagli operatori economici e quindi teoricamente non dovuta in virtù della ormai storica “riforma Bassanini”. Con il nuovo Codice era previsto un cambiamento radicale nelle modalità di gestione delle procedure, anche in virtù di un calendario stringente per la sua attuazione.

Il Codice è parte integrante della più ampia Strategia per la riforma del sistema degli appalti pubblici in ragione della centralità che il settore riveste nel contesto dei fondi strutturali e degli investimenti. La strategia ha l’obiettivo di proporre soluzioni ed azioni migliorative volte a superare le principali criticità del sistema degli appalti pubblici in Italia.

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Lo shock iniziale e le richieste di modifica del Codice durante il primo anno di vita (fino ad aprile 2017), in risposta ai tentativi di attualizzazione per renderlo più chiaro ed utilizzabile, per ottenere stazioni appaltanti più efficienti e professionali, gare più semplici e trasparenti, maggiore apertura alla concorrenza, hanno portato alla pubblicazione del cosiddetto “Correttivo” che ha significativamente modificato il testo iniziale. In contemporanea è stato avviato il lavoro della Cabina di Regia presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e della task force coordinata dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), al fine di costruire insieme agli stakeholder regole ed un ecosistema digitale in grado di supportare lo snellimento delle procedure e dei controlli sia per gli Operatori economici che per i RUP (il cd art.44).

Il co-design del processo è un esempio di come il confronto preliminare tra gli addetti ai lavori consenta di trovare punti di contatto e di adottare le migliori pratiche operative sperimentata da ognuno: purtroppo anche in questo caso gli equilibri di poteri tra le tante e diverse istanze ha provocato più volte uno slittamento dei tempi senza arrivare all’approvazione dei vari decreti ministeriali.

Dopo tutto questo lavoro di concertazione e di aggiornamento e modifica dei sistemi delle diverse Amministrazioni coinvolte, il 2018 sembra essere il punto di svolta per verificare se sarà davvero realizzato quanto promesso dal legislatore europeo e nazionale, ossia la digitalizzazione delle procedure d’acquisto nella logica dell’e-procurement end-to-end quale leva per garantire una maggiore efficienza dei processi amministrativi e per il controllo e la razionalizzazione della spesa pubblica, attraverso una reale interoperabilità delle banche dati delle PA coinvolte.

Tra i molti temi ancora sul tavolo, oltre all’interoperabilità dei sistemi ricordiamo la qualificazione delle Stazioni Appaltanti (in particolare i profili necessari per gli Uffici Acquisti e gli indicatori di qualità dei processi gestiti dai Soggetti aggregatori per la valutazione delle loro performance), la standardizzazione e analisi dei fabbisogni d’acquisto, il rating d’impresa, il superamento reale degli affidamenti al prezzo più basso, che non consentono l’innovazione delle PA.

Le elezioni e l’avvento del nuovo Governo sembrano aver momentaneamente sospeso il tempo: la sensazione è che si sia in attesa di semafori verdi che consentano di finalizzare e portare a compimento quanto fatto finora. Speriamo davvero che la promessa condivisa anche nei programmi delle forze politiche, di maggiore efficienza e trasparenza, consentano di chiudere velocemente quanto di buono è stato fatto e di premere per la realizzazione di quello che manca.

 

 

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