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Il Facility Management 4.0 stenta a partire, tante le potenzialità inespresse

di Paola Conio, Senior Partner Studio Legale Leone e coordinatrice tematica PatrimoniPA net

 

Per le norme UNI il Facility Management è

L’integrazione di processi nell’ambito di una organizzazione per mantenere e sviluppare i servizi concordati che supportano e migliorano l’efficacia delle attività primarie. [UNI EN 15221-1:2007]

applicato agli edifici e agli spazi, il Facility Management è la

gestione integrata dei servizi di supporto per il funzionamento, la  fruizione e la valorizzazione dei beni immobiliari e urbani. [UNI   11447:2012]

Con il riferimento alla quarta rivoluzione industriale, invece, ci si ricollega a quel fenomeno – ancora non del tutto univoco e universamente condiviso nella portata e nei contorni – che vede una sempre maggiore pervasività delle tecnologie digitali rispetto ai processi industriali, l’utilizzo dei dati rilevati per la creazione di valore e per l’orientamento e il controllo dei processi nei quali sono coinvolti uomini e macchine.

Quindi potremmo dire che il Facility Management 4.0 corrisponde alla gestione integrata dei servizi di supporto per il funzionamento, la fruizione e la valorizzazione dei beni immobiliari e urbani, svolta attraverso strumenti innovativi, applicando tecnologie di rilevamento e gestione digitalizzata dei processi, che permettono di ottimizzarne l’efficacia e misurarne la performance.

La conoscenza approfondita del patrimonio immobiliare e/o dello spazio urbano da gestire costituisce un elemento determinante per il successo del facility management, così come la rilevazione e l’analisi dei dati di performance, che consentono il monitoraggio costante dei risultati conseguiti, anche al fine di adottare le opportune azioni correttive.

E’ evidente, quindi, che le tecnologie digitali applicate al facility management potrebbero condurre ad una radicale trasformazione dei processi e all’ottimizzazione complessiva dei risultati.

Ancorché il Facility Management sembri, quindi, rappresentare un terreno di sperimentazione perfetto per le sfide della quarta rivoluzione industriale, offrendo infiniti spunti applicativi – dalla domotica, alla realtà aumentata, al BIM, all’Internet of Things e così via – il settore non è sinora apparso particolarmente sensibile all’evoluzione digitale, forse complice anche una domanda pubblica ancora poco matura e scarsamente orientata all’effettiva innovazione.

La digitalizzazione è stata applicata soprattutto ad alcuni specifici ambiti del facility management, come ad esempio l’energy management, per il quale si era avvertita in modo più impellente l’urgenza di razionalizzare ed efficientare i processi gestionali, anche e soprattutto a motivo dell’evoluzione normativa in questo campo, che da tempo spinge ad una crescente ottimizzazione dell’energia a servizio degli edifici, sia per l’impatto in termini di esternalità ambientali che per le ricadute economiche.

In generale, tuttavia, sembrerebbe potersi dire che la transizione verso il modello del facility management 4.0 sia ancora all’inizio e non abbia espresso le proprie potenzialità.

Per quanto specificamente attiene al settore dei patrimoni immobiliari pubblici, va rammentato che l’inclusione delle tecnologie digitali all’interno dei processi di gestione è resa più complessa dalla circostanza che, in larga parte, si tratta di patrimoni “datati” (quando non  propriamente storici), non originariamente predisposti per facilitare l’implementazione delle predette tecnologie, oppure di patrimoni su scala urbana e, quindi, con complessità decisamente maggiori.

Non vi è alcun dubbio che le prospettive di sviluppo del Facility Management 4.0 siano notevolissime.

Sul fronte della domanda pubblica, con la riforma del Codice Contratti sono stati, in teoria, introdotti molti elementi potenzialmente in grado di agevolare tale sviluppo.

Le Direttive Europee del 2014 hanno espressamente invitato gli Stati membri a favorire l’innovazione e a puntare sulla qualità come elementi essenziali per garantire la crescita dell’intero sistema economico europeo, mettendo a disposizione anche nuove procedure specifiche quali i partenariati per l’innovazione e rammentando la possibilità di continuare ad utilizzare gli appalti pre-commerciali per la promozione della R&S e l’incremento del know-how delle stazioni appaltanti.

Il decreto correttivo al D.Lgs. 50/2016 ha imposto il tetto di trenta punti su cento all’elemento prezzo, riservando quindi alla qualità – elemento essenziale per la valorizzazione degli aspetti innovativi delle prestazioni – un peso decisamente preponderante. Sulla spinta delle Direttive sono state, altresì, ulteriormente valorizzate le procedure “interattive” come il dialogo competitivo, che consentono una più efficace messa a punto delle esigenze della stazione appaltante e un progressivo adattamento dell’offerta al fine di renderla maggiormente rispondente alle predette esigenze, consentendo un confronto tra stazione appaltante e operatori economici a volte indispensabile negli appalti complessi, ma che le procedure tradizionali non ammettono.

E’ stata prevista l’introduzione di strumenti, quali il BIM, che si ritengono (si veda ad esempio un interessante studio del Politecnico di Torino) utilmente impiegabili anche nell’ambito del facility management.

Al contempo, le tecnologie che potrebbero supportare il processo di transizione verso il FM 4.0 sono divenute meno costose e più accessibili e, grazie anche alla particolare vivacità delle università e degli enti di ricerca italiani, sono state studiate soluzioni tecnologiche in grado di valutare la performance degli edifici (si vedano, ad esempio, le ricerche del Politecnico di Milano), elemento essenziale nella programmazione e nella gestione dei servizi di FM.

Deve rammentarsi, comunque, che la categoria merceologica del “Facility Management immobili” – proprio a motivo delle dimensioni economiche del mercato di riferimento – è stata inserita dal DPCM 24 dicembre 2015 tra quelle per le quali è obbligatorio – nel caso di importi massimi annui superiori alla soglia di interesse europeo – il ricorso a Consip o agli altri Soggetti aggregatori per la gestione delle relative procedure. Risulterà, quindi, determinante la capacità di tali soggetti di esprimere una domanda effettivamente in grado di promuovere lo sviluppo di questo settore.

 

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